CITTA' MURATE VENETE
Cenni storici

Cittadella
Marostica

Sul dialetto veneto a cura di Sergio Scapin

Nell'inquadrare storicamente il periodo in cui sorsero e si svilupparono le città murate medioevali del Veneto, non possiamo fare a meno di considerare la profonda azione esercitata su queste terre dal dominio romano. I rapporti tra romani e veneti si iniziarono nel III° Sec. a. C. e furono generalmente amichevoli. Ebbero dapprima forma di alleanza per respingere l'aggressione gallica (186 a.C.).

Poi incominciò la graduale romanizzazione e con l'ordinamento Augusteo il Veneto venne a costituire la Decima Regione d'Italia insieme con il territorio dei Carni e degli Istri. La sistematica colonizzazione incrementò centri già esistenti e particolarmente propizi allo sviluppo di una ricca produzione e fece sorgere centri nuovi collegati fra loro dalle grandi vie consolari, nonché dalle vie locali studiate con l'intento di facilitare le comunicazioni e di servire la proprietà fondiaria.

L'erezione dei centri urbani a dignità di Municipi, l'estensione della cittadinanza romana alle popolazioni, il trapianto dell'ordinamento gentilizio contribuirono senza offendere le caratteristiche etniche, all'unificazione regionale, con benefici effetti nell'ordine amministrativo, nel politico e nell'economico sociale. Le grandi opere pubbliche, dalla rete stradale a quella fluviale, dall'assetto dei porti al collegamento dei mercati, dal risanamento idraulico alla costruzione di acquedotti, diedero un potente impulso alla attività e agli scambi locali, regionali e interregionali. Insomma nel corso dei primi tre secoli dell'era cristiana, il governo romano dette un potente impulso al progresso della regione, facendola fertile di produzioni, ricca di commerci, rigogliosa di industrie, popolosa di città.

A partire dal IV° Sec. si ravvisano sintomi di stasi, di crisi, di decadenza: abbandono di opere, negligenza di manutenzione, rilassamento dei traffici, incuria delle strade, arresto dell'attività industriale. Riapparvero paludi ed acquitrini là dove erano scomparsi; le acque invasero terre e strade; si dilatò il terreno incolto e il bosco si infittì; la popolazione, specie nelle campagne, si diradò; i grandi empori commerciali intristirono. Frattanto si andava diffondendo il Cristianesimo, e in questo periodo si ha sicura notizia di un ordinato reggimento episcopale esteso in ampia giurisdizione, che comprendeva, oltre la Regione Veneta propriamente detta, l'Istria, il Norico e parte della Rezia, con sede metropolitana ad Aquileia.

Mentre si diffondeva la nuova fede che radunava il popolo intorno alla Chiesa e sul sagrato per gli uffici civili e religiosi, andavano decadendo gli antichi Municipi e si estinguevano gli antichi nuclei gentilizi. Mentre la vecchia società si trasformava e la preesistente economica si disfaceva, una nuova organizzazione si formava, prima intorno alla pieve matrice, poi intorno alla parrocchia, infine intorno agli stabilimenti monastici, diventati organi di concentramento fondiario, promotori di nuovi rapporti di lavoro.

Al momento delle prime invasioni barbariche tra la fine del IV° Sec. e il principio del V°, la decadenza dell'attività regionale era sensibile. La Regione Veneta fu per molto tempo stazione di transito di genti sospinte alla ricerca di sedi migliori.. Quadi, Marcomanni, Goti, o furono fermati o passarono senza recare danno. Vennero poi (metà del V° Sec.) gli Unni di Attila, intorno alle cui asserite distruzioni si diffusero troppe leggende; in realtà le città, dopo trascorsa la rapida tempesta, riappaiono, a cominciare da Aquileia, se non fiorenti, ancore abbastanza efficienti, e non cumuli di rovine. Seguirono Eruli e Sciti e Ostrogoti, alla fine del V° Sec., ma non in tale numero da sconvolgere l'equilibrio esistente e non tanto incivili da accrescere il disordine della regione. Anzi il governo Ostrogoto, ambizioso di rinnovare le tradizioni romane, si sforzò non solo di rispettare le costumanze indigene, ma di promuoverle e rinvigorirle. Ne dà testimonianza la celebrazione delle virtù civili ed economiche della Regione Veneta dettate da Cassiodoro, che della politica restauratrice del governo Teodericiano nella prima metà del secolo IV° fu uno dei maggiori artefici. Dell'antico splendore restava ancora una eredità non trascurabile e in terra ferma ed in laguna; ma i grandi porti e i grandi mercati, Aquileia ed Altino, vivevano più di ricordi che di realtà in atto; la navigazione era ridotta a flotte pescherecce; e sul continente la linea di difesa era stata arrestata dall'Isonzo all'Adige dove Verona era centro di un formidabile campo trincerato. Gli invasori d'Italia penetrati dalla linea dell'Isonzo erano transitati per la via Postumia, ultima superstite delle grandi strade consolari. Essi avevano risparmiato parte della regione a Nord ed aSud di questa linea. Ma poi tutta. la regione divenne teatro di guerra, allorché la politica bizantina, guidata dall'imperatore Giustiniano (527-565), passò alla riconquista della penisola usurpata dai Goti, e poi quando, nel 569, venne l'invasione dei Longobardi. Questa non solo portò alladistruzione di città, come Padova (602) e Oderzo (639) e aggravò l'oppressione sulle popolazioni indigene obbligandole ad emigrare verso le laguna in misura più notevole, e in forma permanente; ma determinò quel netto distacco tra le aree marittime e il territorio continentale, che si perpetuò poi per secoli. Data, infatti, dall'invasione longobarda, lo smembramento della Decima Regione: il territorio di terraferma rimase in possesso dei nuovi arrivati; quello marittimo, formato dalla laguna veneta e dall'Istria (che poi si separò) sotto il dominio bizantino. Anche l'unità della terraferma nel regno longobardo si frantumò in molteplici Ducati, la cui coesione ai andò allentando nel trapasso del dominio longobarde a quello franco e a quello imperiale, sia dell'età carolingia, sia dell'età ottoniana.

Dal secolo VII° al Sec. X° la progressiva dispersione della autorità regia nelle autorità locali, con la concessione dei diritti immunitari e beneficiari, laici ed ecclesiastici, creò nella terraferma altrettante piccole signorie feudali, che acquistarono anche una singolare funzione economica.

I governi comitali, istaurati nelle singole città si rafforzano in potenti giurisdizioni locali, appoggiate da forti castelli nel contado, costruiti per il controllo del territorio governato, assai prima che l'invasione o, meglio la incursione degli Ungari (Sec.X°) rendesse necessario usarli come difese verso l'esterno. Queste giurisdizioni comitali, rispettando la sovranità imperiale diventarono ad un tempo centri ili resistenza militari, organi civili e basi economiche. Varia la loro estensione; variabile la loro fisionomia, con tendenza ad un progressivo allargamento territoriale. Nello stesso tempo si andò consolidando in alcune città l'autorità del Vescovo in contrapposizione a quella dei Signori laici predominanti nelle campagne. Con l'età degli Ottoni (Sec.X°) si accentua oltre al frantumarsi della potestà sovrana imperiale nelle potestà locali sia laiche che ecclesiastiche, il moltiplicarsi di nuove giurisdizioni immunitarie nelle campagne, e il formarsi, specialmente nelle città, di raggruppamenti di liberi proprietari e artigiani.

Tali associazioni di cittadini portarono gradualmente alla formazione di organismi comunali. Sotto lo stimolo di esigenze demografiche ed economiche, tra il Sec.XI° e XII° si notò un vigoroso rifiorire di attività sociale, che promosse il rinnovamento di ordinamenti pubblici. Nella città di Padova, Treviso, Vicenza, Verona i "cives" (possidenti, artigiani, marcanti, ecc.) si organizzarono nel "comune". Nella campagna, frammisti alle comunità rurali, sopravvissero i successori della feudalità terriera, insediati nei loro castelli, e formarono piccole signorie famigliari, lottanti fra loro. I Conti di San Bonifacio, i Salinguerra, gli Estensi, i Da Baone, i da Lozzo, i Maltraversi, i Delasmini, i da Carrara, i da Camino, i Da Romano, ecc.; entrarono in contrasto con le libere comunità cittadine e rurali; soprattutto dovettero resistere contro la espansione dei comuni cittadini, che affermata la propria autonomia, tendevano ad estendere il governo al territorio circostante e inducevano molta parte della nobiltà campestre a inurbarsi.

Il Sec XII° fu il secolo della conquista delle libertà comunali. Esso vide fra l'altro Verona, Vicenza, Padova, Treviso unirsi nella Lega Veronese, anticipo della famosa Lega Lombarda, e costringere alla ritirata nel 1164 l'esercito del Barbarossa. La vittoriosa lotta di emancipazione dall'imperatore e dai grandi signori feudali a lui legati, fu suggellata dalla pace di Costanza (1183): il "comune" conquistò definitiva personalità come organo politico e come organo amministrativo. Il Sec. XIII° segnò il momenti della sua migliore fortuna, del maggiore sviluppo della sua attività, nonostante l'opera sua fosse ostacolata dalla reazione dei superstiti elementi feudali, che in nuova veste rivendicavano vecchi diritti. I Conti di S. Bonificio, i Salinguerra, gli Estensi e, soprattutto i da Romano, con i due Ezzelini, a mezzo il secolo, tentarono di soffocare a Padova, a Vicenza, a Verona, a Treviso, le libere istituzioni comunali. Queste tuttavia resistettero, e, trascorsa l'effimera tirannia, ripresero il dominio, sorrette da industre attività economica spiegata dalla organizzione corporativa del lavoro. Anche questa attività non si svolse in clima sereno e calmo, ma tra tempeste di lotte interne di fazioni ed esterne, fra Comune e Comune, che furono stimolo all'irrobustirsi di nuove classi sociali, ma anche motivo di logoramento politico. In codeste lotte si mischiarono e la vecchia nobiltà inurbata e la nuova aristocrazia cittadina del denaro. L'una e l'altra approfittarono del logoramento prodotto dalle lotte intestine, cui parteciparono, per assicurarsi il sopravvento e imposessarsi del potere: da esse uscirono i nuovi "Signori" delle città e dei territori circostanti.

Tra la fine del tredicesimo e in principio del XIV° Sec., il "comune" cedette le funzioni politiche alla "Signoria"; a Verona ai della Scali, a Padova ai da Carrara, a Treviso ai Da Camino, a Ferrara agli Estensi, emigrati oltre Po dall'Avito castello d'Este, pur conservando il vasto dominio del Polesine. La Signoria, spoglia di ogni residuo feudale,ebbe carattere di dominio autonomo, ma curò anche di fare dimenticare le sue origini popolari, sollecitando l'investitura imperiale che sancisse la sua legittimità, almeno formale col titolo di Vicario.

La vita del nuovo reggimento non fu neppur essa tranquilla e pacifica. Le ambizioni e le cupidigie si perpetuarono, e in forma più acuta, nelle nuove dinastie, desiderose di allargare i possessi territoriali a spese dei vicini: Caminesi da Treviso, ed Estensi da Ferrara da un lato, ma più ancora Scaligeri da Verona e Carraresi da Padova dall'altro, Can Grande della Scala e i suoi diretti eredi, nel primo quarantennio del Sec. XIV° lanciarono la Signoria nell'avventura di conquiste, che, dopo aver annesso Vicenza e Padova e Treviso e Belluno, si spinsero al di là del territorio veneto. La loro ambizione di formare uno stato predominante nell'Italia settentrionale, cozzò contro l'ostilità di Venezia, di Milano, di Firenze e ne venne frustata. Crollato il sogno scaligero, l'eredità fu raccolta dai Carraresi con l'uno e l'altro Francesco, il vecchio e il giovane, nella seconda metà del secolo. Il loro ambizioso tentativo di fare di Padova il centro di un grande stato continentale provocò l'intervento sia del Patriarcato di Aquileia, sia di Venezia. Quello del Sec. XI°, da quando cioè l'imperatore Corrado aveva eretto il Friuli in feudo imperiale sotto il governo del Patriarca, aveva avuto una propria storia, separata da quella delle altre province venete. Questa (cioè Venezia) isolata nella laguna fin dal tempo longobardo e staccata dalla terraferma, anche dopo essersi assicurata l'indipendenza dal governo bizantino, era rimasta per esigenze economiche più legata all'Oriente che alla vicina terraferma, sulla quale tuttavia aveva esteso nel corso dei secoli una fitta rete di relazioni commerciali.

L'irrequietudine dei vicini Signori di terraferma durante il Sec. XIV°, la minaccia di accerchiamento terrestre, che poteva compromettere la libertà dei traffici verso l'Europa centrale e occidentale, la necessità di tutelare i vasti patrimoni fondiari che l'aristocrazia veneziana aveva acquistati nel retroterra, obbligarono il governo dogale a vigilanza intensa sulle vicende politiche e militari di quelle signorie e a intervenire attivamente quando il. pericolo si accentuò. Così contro gli Scaligeri nel 1339; poi contro i Carraresi verso la fine del secolo; infine contro i Visconti, allorché Gian Galeazzo, al principio del Sec.XV°, ideò la formazione di un vasta principato, che avrebbe dovuto abbracciare gran parte dell'Italia settentrionale, a ridosso della piccola repubblica lagunare. Di fronte a questa prospettiva il governo veneziano, fino allora alieno da conquiste territoriali, passò dalla difensiva alla offensiva e iniziò l'occupazione della terraferma, che attuò rapidamente ed estese dal Veneto al Friuli (1420).